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  • Donne, falò e camini: quando la Gibiana passava da Bellusco

    Mi raccontavano da piccolo una storia che ho scoperto poi essere un frammento di folklore dei nostri paesi.

    Delle donne sposate organizzano una festa ad insaputa dei loro mariti, si mettono d’accordo per il giorno stabilito, e dopo che i mariti si sono addormentati si trovano in una cucina a preparare il risotto con la salsiccia. I mariti si accorgono della festa dallo spioncino che dal pavimento della camera metteva in comunicazione i due locali. I mariti quindi si organizzano per combinare uno scherzo alle mogli. Vanno sul tetto e fanno scendere dal camino una calza rossa impagliata recitando:

    O donne divote
    andate a letto che è mezzanotte
    l’è san Peder che cumanda
    se non volete creder guardate questa gamba.

    Al che le donne terrorizzate scapparono gridando: “La Gibiana! la Gibiana!” E i mariti scesero a mangiare il risotto con la salsiccia.

    Poi ho scoperto nel libro di Franca Pirovano “Momenti di folklore in Brianza” pubblicato da Sellerio nel 1985. che La storia della Gibiana è molto più complessa.

    Secondo la studiosa la Gibiana potrebbe essere addirittura una divinità celtica propiziatrice della fertilità che volava nei boschi, la presenza della desinenza “ana” nel nome si deve probabilmente alla contaminazione della cultura celtica con quella romanza in cui la divinità assume le sembianze di Diana protettrice della natura. Il mito poi è stato contaminato in tutte le epoche storiche successive, fino al sollecito ai parroci di estirpare i riti pagani tra i contadini o di trasformare le feste pagane in feste religiose. Anche questa festa della Gibiana in parte è stata riletta e in parte combattuta, quella che Franca Pirovano è riuscita a ricostruire nelle cascine brianzole, basandosi su memorie di inizio Novecento, parla di una festa popolare che si svolgeva l’ultimo giovedì di gennaio.

    Per tutto il giorno le ragazze da marito giravano acconciate come streghe facendo rumore percuotendo delle latte e anche i giovani non ancora sposati partecipavano con i trick e trak cantando un ritornello:

    E viva viva la Gibiana
    un quart de luganiga
    un quart de luganeghen
    viva viva Giuanen.

    (Viva viva la Gibiana/un quarto di salsiccia/ un quarto di cotechino/viva viva Giovannino) che era l’invito a preparare la cena del risotto con le salsicce e la catasta per il falò della sera (diverse, infatti, sono le tradizioni dei falò di fine gennaio).

    Dopo cena sul falò si bruciava il fantoccio della Gibiana non tanto come atto negativo ma come elemento propiziatorio per la prossima stagione agricola, nelle caratteristiche della fiamma si prevedeva l’andamento dei prossimi mesi e anche la possibilità per le giovani di trovare marito, infatti intorno al falò si gridava:

    El va ‘l giné de la buna ventura
    me sun nè maridada nè impumatuda
    el va ‘l giné e me resti indré.

    (Se ne va gennaio della buona ventura /non sono né maritata né promessa/ se ne va gennaio e io resto indietro)

    Da qui la studiosa non è riuscita a ricostruire bene quale ruolo avesse il frammento di storia che era tramandata oralmente anche a Bellusco fino alla seconda metà del Novecento. Del resto, l’inserimento di San Pietro nella filastrocca ci dice che la rilettura era forse il tentativo di riportare il mito della Gibiana, da attiva divinità femminile, all’ambito delle regole familiari. Da ricordare inoltre che è collegato alla festa di Sant’ Agata il 5 febbraio il ritrovo conviviale delle donne sposate.

    La cultura popolare ricorda spesso il conflitto tra moglie e marito che si svolgeva tra le mura domestiche e che non doveva trapelare da lì, come spesso si racconta nella canzone popolare milanese. Il frammento di questo racconto belluschese era forse una “satira contadina” o una burla inventata dagli uomini proprio per ironizzare su questa temporanea e temuta “indipendenza” delle donne durante i rituali femminili di inizio febbraio.

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